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Torino e la sua mappa di vetro
bottiglia abbandonata

Torino e la sua mappa di vetro

Esco di casa in una giornata all’apparenza come tante e invece della solita mappa di vetro sul marciapiede incontro una bottiglia sola soletta. Sono nelle vie di San Salvario, quartiere della movida di Torino. Parecchio dopo l’orario di cena estivo. Naturalmente dipende, ad ogni modo tanto dopo le venti e trenta.

La bottiglia è sola, in mezzo al cammino.

Rischia di andare in pezzi, fermo i miei pensieri.
“Che ci fai qui?” le chiedo, perché io sono molto curiosa. Lei, la bottiglia, non se ne cura, forse perché è piccola. Forse non capisce la mia lingua. Provo ad insistere, di solito non mi fermo al primo insuccesso. “Boh, sai che puoi finir male?”.
“Tanto, mi sento molto abbandonata”.

“Vedo … ma come mai?”. Sono contenta che ci comprendiamo. Ogni volta che trovo una lingua comune sono compiaciuta ma non sono sorpresa. Anche se San Salvario è un quartiere multietnico è facile intendersi. Lei, la bottiglia, mi lancia un’occhiata, trasparente, mi fa sentire superflua. Mi sembra di sentire un sospiro di sufficienza.
Siete strani voi, tu che fai domande inutili e quello che mi ha lasciata qui non la finiva di avere mille risposte per tutti gli altri ”.
“Boh, non siamo tutti uguali. Comunque, io mi chiedo ancora perché sei qui”.
Ma smettila, prima di te già due sono passati e hanno fatto il giro attorno a me, con attenzione. Sono in vista e faccio protesta! Sei contenta?”.
“Lo sospettavo” le rispondo e lo penso davvero, lei è un’eroina.

“Sei un’eroina” dico.

No, sono vuota e protesto perché voglio stare insieme alle altre, anche quelle più grandi la sua vocina risuona e, non so se sia possibile, mi pare che il suo petto si gonfi leggermente.
Protesto perché voglio essere portata in giro, sentire il resto dei discorsi e le risate!”.

Rimango ammutolita. Mi fa tenerezza. Non posso neanche raccoglierla e stringerla, nemmeno portarla con me. Tutto questo è vietato. Manca poco a mezzanotte. Qualcuno di influente ha deciso che ancora per sei ore, qui, in questo quartiere, bisogna essere ripuliti. È ancora lei, la mia Cenerentola, a parlare di nuovo:
E poi hanno detto che quando ci avrebbero buttate ci sarebbero state anche le altre. Sai, no? Ci dovevamo trovare insieme nella differenziata”.

“Sai tante cose per essere piccola” cerco di sviare il discorso sapendo di restare al massimo ancora qualche minuto.
“Quando mi hanno riempita mi hanno dato anche la mappa”.
“Quale mappa?”.
Oh, ma tu non sai proprio niente! Non l’hai mai letta una mappa? Tutti ne hanno! Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo. Tu non hai una mappa?”.
Magari, penso. A noi sono rimaste delle domande alle quali non sappiamo rispondere. Al massimo ci diamo delle dritte per sentirci uno più furbo dell’altro.
“Quindi eri predestinata a Torino, San Salvario?”.
Sì, consegna nove giugno”.

Che disdetta, ora è rimasta qui, abbandonata. Piccola, però fiera. Vedo tante altre vedette. In piedi, vuote o mezze vuote. Mi sembra di sentire una risatina.
“Ci saranno anche quelle piene, tanto piene, e alcool a fiumi, gratis”.
“Sì, hai ragione, un giorno”.

Fine della missione

Tutti abbiamo i nostri sogni, pensiamo di vedere in avanti, molti però purtroppo non guardano dove mettono i piedi. La bottiglia mi saluta al volo, oltrepassandomi e poco distante va a finire contro un muro. Il rumore del vetro caduto per terra fa uscire dal malfattore una parolaccia. Lui prosegue a mani vuote ma barcollando per la strada senza fine. Sono sola. Appena ce la siamo intesa lei ha finito la sua missione. Squarciata per terra come tante altre nei giorni precedenti all’ordinanza. Ha fatto una fine comune, almeno in questo è stata accontentata.

Dovrei sentirmi in colpa? Se non avessi chiacchierato magari non sarebbe successo o perlomeno non ne sarei stata testimone. Quando non si vede importa meno, eh? Magari ne avrei ammazzata una io direttamente, un altro giorno, e non avrei potuto neanche difendermi dicendo che non mi apparteneva. Magari tutte queste domande vengono perché questa città si sta trasformando in un blocco di quartieri divisi, dove la condivisione e l’integrazione diventano sempre più difficili.

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Video sfida del tappo:

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Veronica Petinardi

Da sempre mi piace scrivere, raccontare e condividere. Già quando vivevo a Praga, dove sono nata, producevo un’infinità cartacea di diari e fogli scribacchiati. Scrivevo a macchina i testi universitari e mi chiedevo in quanti li avrebbero capiti. Per questo diversi anni dopo, quando ormai vivevo in Italia, ho cominciato a scrivere per gli altri, con il mio stile semplice, anche o forse appunto perché intanto avevo vissuto una vita difficile.Ho aperto il mio primo blog (quel tipo schivo di notorietà) quando tutto era più che altro un gioco e non passavo ancora le ore ad imparare a capire come si fa sul serio. Anche se apprendere tutti i meccanismi è più difficile di quanto avessi anticipato con la mia gavetta e lo studio, la voglia di scrivere ha vinto con la forza per questa nuova avventura di “Parole di legami”.La vita mi ha insegnato che ad ogni problema c’è una soluzione e la condivisione è la cura migliore, ecco perché scrivo per te.
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