Facebook e un selfie esagerato

Facebook e un selfie esagerato

Facebook ha portato il face-to-face, un passo oltre la chat di quei tempi, quando si comunicava solo tramite un foglio bianco. Dove le parole spesso avevano pure un senso e le frasi erano legate alle situazioni d’uso. Perlomeno esisteva lo sforzo di farlo.

Un nuovo modo di comunicare

È arrivato Facebook per la gioia di tanti, senza contare quella del fondatore. Per primo il rallegramento da parte dei primi utilizzatori di poter finalmente vedere con chi stavano interagendo. L’idea era di poter socializzare con gli amici presenti, con quelli persi e di trovarne di nuovi.

Non più avatar ma foto scattate personalmente, poi pure i video casalinghi. Wow! Condividere la  quotidianità là dove si era lontani o allontanati per le vicissitudini della vita. Trovare o rivedere una cugina persa da anni nel mondo, alle prime era una sensazione sbalorditiva. Ampliare la conoscenza grazie alla tecnologia, sopperire la distanza. Wow!

Eravamo tutti degli adolescenti virtuali. Oggi fare un paragone è quasi come guardare al medioevo. Si va sempre più oltre, le possibilità e i modi di comunicazione si moltiplicano, il cambio avviene tanto velocemente quanto l’arrivo della noia e molti si perdono i giri della giostra.

I selfie di Facebook

Ancora ricordando, i primi selfie all’interno dei social erano piuttosto timidi, poi erano arrivati a torso nudo e al corpo per intero. Nudo di bambini, nude e crude le notizie. Nudo personale. Wow! Oppure anche no…

E come al solito qualcuno esagera, perché con tutte le applicazioni del web non ci si ferma un attimo a riflettere su dove si stia postando? Usando un eufemismo si è diventati dei disordinati, alcuni, tornando alla velocità della giostra che alcuni non riescono a raggiungere.
Vi porto l’esempio di uno scatto fuori posto per le pagine di Facebook (quello dove si mette la faccia). Si trattava di un selfie del corpo per intero di una donna con addosso solo l’intimo e un invito all’azione che lasciava poca immaginazione.

Capisco, poteva non dispiacere e se mai si poteva passare oltre e lasciar perdere. Pensare che la libertà stia anche nella propria idea di essere donna. Lo spettatore può stare zitto e non scandalizzarsi perché in Italia non si fa che sfruttare i corpi delle donne nella pubblicità, sui cartelloni in vista, ovunque. Che vuoi che sia una donna che si mostra in un social per un’altra maledettissima volta?

Perché mi indigno in una realtà virtuale, dove ci sono tante meraviglie? È un luna park della nostra vita dopotutto.
Perché so che tante altre donne non pensano che l’esistenza maschile sia misera, riduttiva e manipolabile. Penso agli uomini che cercano qualcosa di più, anche se preferiscono la donna con la gonna. Un altro tipo di donna, che può offrire di più in una sfera assai ampia per rendere un incontro con un uomo un’esperienza più profonda e non mercenaria.

Concedendo il beneficio del dubbio,

si potrebbe suggerire un re-indirizzamento appropriato e fare un po’ d’ordine, aggiornare il profilo, magari.
“Sa signora, donna, di genere femminile, la sua comunicazione è stata tanto chiara quanto fastidiosa per il messaggio con l’invito all’azione. Lo sapeva che ci sono siti apposta per questo tipo di presentazione? Là può esercitare la sua libertà di mostrarsi. Anzi, esistono certamente posti più adeguati per i  predatori di questi tipi di like. Senz’altro monetizzabili, non è un segreto…”

A questo punto io direi alla “signora” che, a mio avviso, rompe le uova nel paniere. In quello dove altre donne le depositano con cura e dove il mondo non è fatto solo di una bella faccina, o qualcos’altro. “Lei alimenta la già fin troppo diffusa convinzione di alcuni che le donne siano usa e getta. C’è di più, per favore, sia più ordinata e attenta a dove mette le sue mostranze”.

 

Veronica Petinardi

Da sempre mi piace scrivere, raccontare e condividere. Già quando vivevo a Praga, dove sono nata, producevo un’infinità cartacea di diari e fogli scribacchiati. Scrivevo a macchina i testi universitari e mi chiedevo in quanti li avrebbero capiti. Per questo diversi anni dopo, quando ormai vivevo in Italia, ho cominciato a scrivere per gli altri, con il mio stile semplice, anche o forse appunto perché intanto avevo vissuto una vita difficile.Ho aperto il mio primo blog (quel tipo schivo di notorietà) quando tutto era più che altro un gioco e non passavo ancora le ore ad imparare a capire come si fa sul serio. Anche se apprendere tutti i meccanismi è più difficile di quanto avessi anticipato con la mia gavetta e lo studio, la voglia di scrivere ha vinto con la forza per questa nuova avventura di “Parole di legami”.La vita mi ha insegnato che ad ogni problema c’è una soluzione e la condivisione è la cura migliore, ecco perché scrivo per te.
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