Questa è la mia ricerca su un termine italiano e la volontà di spiegare le motivazioni, secondo me, del perché non sia adatto. Ovviamente nasce da una semplice frase alla quale nel corso degli anni ho dovuto rispondere parecchie volte e nella maggior parte seguiva una domanda di conferma: “Sei una ceca?”.
Per me, che sono nata a Praga, rappresenta un problema spinoso. Perché una ceca? Perché non una parola diversa?

Premessa

La mia domanda e la spiegazione che vorrei riuscire a dare meriterebbero un trattato profondo per il quale non ho competenze accademiche, però ammetto che mi piacerebbe scambiare due parole con il fautore della parola monca.
Farò la mia riflessione basata sulla sola esperienza e conoscenza e sui collegamenti che sono solita fare.
Alla fine proporrò la mia soluzione conciliante che non è del tutto farina del mio sacco, è piuttosto amichevolmente made in Italy. Sapete, quando si dice “ti capisco” e ci si intende.

Un breve cenno storico

Alcuni storici fanno riferimento alla regione, la zona (parecchio estesa) circostante all’attuale Praga dal nome Boiohaemum, ovvero Boemia, territorio dei boemi, il quale è stato vinto secoli fa dalle tribù germaniche e slave. È il motivo per il quale mi domando perché non si utilizzi una parola diversa da “ceca”.

Io personalmente, dopo aver deciso di vivere in Italia e quindi sentirmi rispondere “poverina” per ogni mia amica, parente e pure mia madre (anche lei, sì, è “ceca”), avrei preferito essere chiamata boema senza togliere niente alle mie origini, di cui sono orgogliosa. Solo per quella divergenza linguistica nella traduzione della parola “ceco”.
Ci ho provato, ma dire “sono della Boemia” non sempre produceva un risultato immediato. Mi trovavo con un “oh” che poteva significare anche “Che sarà mai?” oppure “Mi starà prendendo in giro?”. Un risultato come quello ottenuto con “ceca”. Insomma, sentivo di dover trovare un rimedio a questa incomprensione linguistica, maledicendo ogni volta chi l’aveva decisa così e la forza del tempo per cui è andata a tutti fin sotto le unghie.
Comunque dovevo smetterla con la boema, nel migliore dei casi sarebbe stato un po’ come chiamare un’italiana con “oilà, etrusca, come butta?”.

Perché comunque i cechi sono arrivati dopo

A Praga nelle odierne prime classi delle scuole elementari l’approccio con la storia viene insegnato in forma narrata con l’arrivo della tribù slava, emigrata da un posto molto lontano, “fin da dove nasce il sole”. Questa tribù era in ricerca di posti con meno popolazione e più cibo e quando aveva trovato quella terra ci si era fermata per restarci chiamandola con il nome del loro capo “Čech”(Ceco). Così è nata la Terra dei Cechi.

Curioso come sia nella parola singolare “Čech” che nel plurale italiano “cechi” compaia il “ch”, mancante invece nella versione italiana al singolare. So che la questione è grammaticale ma contesto l’inadeguatezza della parola scelta da diversi punti di vista.

Primo passaggio dal caro vecchio Google

Facendo un doppio salto dall’originale, passando per l’inglese, all’italiano alla ricerca del confronto:

Insomma, non c’è verso, l’italiano seppure contenga la stessa pronuncia della parola nella prima e nell’ultima sillaba, manca di un pezzo centrale. Quel tanto poco come una ragazza ‘cesca’, per fare un esempio, e non si sarebbe finiti nell’incomprensione!

Certo, lo so benissimo che c’è una differenza sostanziale nel significato da ceco a cieco, ma la pronuncia? Con tutti i dialetti italiani, e l’orecchio…

Secondo passaggio dal caro Google

Continuo a non capire perché non si potesse scegliere di chiamare l’attuale paese “Bohemia”, o almeno la lingua visto che la “bohemistica” è la disciplina della lingua e della letteratura ceca. Anche i prodotti che portano il nome Bohemia sono tanti e la forza del merchandising nei cristalli e nella birra (tanto per citarne alcuni) lo comprova, in più essere bohèmien significa avere a che fare con l’arte. Sarebbe stato figo considerare tutti gli abitanti artisti a prescindere, tanto più che un detto popolare dice che ogni ceco è un musicista…

Provando invece con le pronunce ho fatto varie combinazioni e il risultato è stato abbastanza rapido: è riapparso “cesca”, la pronuncia è esattamente come “česká”, il risultato è uguale al caso della ragazza cesca di prima, ovvero la ragazza che non vorrei mai più dover indicare con l’aggettivo “ceca”.

Per il maschile invece, per quanto ci abbia perso tempo e mi sia impegnata, non sono riuscita a trovare un “ceco” pronunciato come avviene nella parola “čech”, il capo della tribù con la “ch” finale, senza portare a equivoci.
Il significato di čech, oltre ad attribuirgli come dal racconto elementare il capostipite della tribù o comunque il membro di una generazione, lo definisce più semplicemente un “compaesano”. Qui la mia disfatta del boemo che ha il suo club in Bohemia.

La difficoltà dell’argomentazione

Come ho detto non è un trattato linguistico, solo un piccolo fastidio personale per cui, quando mi viene, vorrei poter fare qualcosa… e per questo provo a fare una ricerca.

Voglio ripercorrere i vari passaggi storici del nominativo del mio paese d’origine perché comunque anche se sono italiana (vivo qui da molto più tempo di quanto sia stata a Praga) è lì che sono nata. Credo però che la trascrizione ceca renda difficile la comprensione dell’argomentazione.

Una costante

Quindi il passaggio storico mi serve a documentare che nonostante il nome del territorio sia cambiato svariate volte, i suoi abitanti per secoli sono rimasti sempre e comunque i cechi (ceši) e anche la componente “ceska”, pronunciabile anche in italiano, è rimasta per secoli in tutte le varianti della denominazione del loro paese:

  • Království české (il Regno della Corona Ceca, si potrebbe dire “Corona Cesca”, eh) che storicamente ha tenuto la sua validità fino al 1918, nonostante nel frattempo sia stata sotto altri regni. Dopo il 1918 si alternarono delle repubbliche, più o meno durature e valide.
  • Československo (dalla Cecoslovacchia è subito sparita la kappa)
  • Protektorát Čechy a Morava (sotto Hitler Protettorato di Boemia e Moravia)
  • Československá socialistická republika (Repubblica Socialista Cecoslovacca sotto il regime comunista)
  • Českà republika a Slovenská republika (Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca dopo la rivoluzione di velluto)
  • Česko, ovvero Cechia, il nome incluso nel 2016 nella banca dati dell’Organizzazione internazionale per la standardizzazione dei nomi dei paesi. Il suo uso è stato raccomandato dalle istituzioni governative statunitensi e britanniche, mentre negli altri paesi continua a chiamarsi Repubblica ceca.

Non c’è verso, non attacca, è radicato sotto le unghie! Eppure dire in italiano “Repubblica cesca” non sarebbe difficile…

Dalla mia ricerca

Per salvarmi, la mia frase più utilizzata è che “Sono di Praga”, almeno lì ormai, per fortuna, non c’è tanto da spiegare e quasi sempre ho come risposta: “Che bella città!”

La lingua “cesca” è parlata in totale da 13 milioni di persone nel mondo e i cechi che vivono in Italia ormai ci rideranno sopra. Io purtroppo ho un senso dell’umorismo tutto strano, i miei amici ridono alle mie barzellette solo per cortesia. Però sempre di amici si tratta, per la questione di essere una ceca non ridono affatto, capiscono.

Che “cesca” sia

E se proprio devo continuare a stare senza “acca” e senza “kappa”, io mi avvalgo del poter dire che sono italo-ceca, perché sono italiana ma anche cesca.

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by Veronica Petinardi

Da sempre mi piace scrivere, raccontare e condividere. Già quando vivevo a Praga, dove sono nata, producevo un’infinità cartacea di diari e fogli scribacchiati. Scrivevo a macchina i testi universitari e mi chiedevo in quanti li avrebbero capiti. Per questo diversi anni dopo, quando ormai vivevo in Italia, ho cominciato a scrivere per gli altri, con il mio stile semplice, anche o forse appunto perché intanto avevo vissuto una vita difficile.Ho aperto il mio primo blog (quel tipo schivo di notorietà) quando tutto era più che altro un gioco e non passavo ancora le ore ad imparare a capire come si fa sul serio. Anche se apprendere tutti i meccanismi è più difficile di quanto avessi anticipato con la mia gavetta e lo studio, la voglia di scrivere ha vinto con la forza per questa nuova avventura di “Parole di legami”.La vita mi ha insegnato che ad ogni problema c’è una soluzione e la condivisione è la cura migliore, ecco perché scrivo per te.

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