Lo PSEUDONIMO è comodo, produttivo e anche dovuto

Lo PSEUDONIMO è comodo, produttivo e anche dovuto

Foto da Rai Arte

Lo pseudonimo è un nuovo nome, sostituisce il nome anagrafico, molto spesso è più bello, pratico. Questa è la parte del bicchiere mezzo pieno.
Le definizioni ufficiali rimarcano sopratutto la sua falsità, per la radice greca. Un qualcosa preso per “fare l’artista” o facilitare la comunicazione, come ad esempio la cronaca sportiva e i nomi dei calciatori.
Però, l’universo è pieno di motivazioni per le quali un nome si cambia, anche molto serie, ma soprattutto se il nome si cambia perché questa azione, finale, deve essere denigrata? E ancora, perché a volte viene specificato?

La gatta va al lardo

In Italia lo pseudonimo riconosciuto pubblicamente è tutelato dal codice civile e il diritto d’autore protegge sia l’uso dello pseudonimo che l’anonimato. In pratica, se la persona non è d’accordo, una frase tipo: “Pinco Pallino, all’anagrafe Mario Rossi” non dovrebbe essere pronunciata. Anche utilizzare o denigrare un pseudonimo altrui può portare ad una controazione legale, e come tale spiacevole.

Un altro aspetto ce l’hanno i nomi che servono da copertura, che non sono esattamente degli pseudonimi ma servono a svolgere azioni complesse e svelare tale nome rappresenterebbe un pericolo, un intralcio non auspicabile.
E ancora i nickname, che vengono utilizzati da un numero considerevole di utenti di internet, sono tutelati dalla privacy, argomento tanto spinoso quanto costoso.
Il soprannome non è considerato uno pseudonimo, ma se si utilizza in atti di bullismo è sempre una molestia.

Pseudonimo è facile

Le persone si denominano perché hanno una motivazione per farlo. Sarebbe chiaro che con questo non devono recare danno agli altri ma l’utilizzo di un altro nome non sigifica neccessariamente la volontà di essere un impostore, con un’abitudine alla falsità. A volte è una specie di una comodità neccessaria, altre volte è una scelta obbligata.

Gli scrittori, probabilmente, sono i fruitori maggiori. Un esempio particolare riguarda Pablo Neruda, volendo, reperibile sotto: Ricardo Eliezer Neftalí Reyes Basoalto, specificato come il suo vero nome. In tutto il mondo, però, nessuno andrà a cercare le sue opere se non sotto il suo pseudonimo. Intuibile la motivazione per la scelta di uno pseudonimo, forse meno perché proprio quello. Magari non tutti sanno che lui si era ispirato al poeta cecoslovacco Jan Neruda.
C’è chi sostiene che un nome così lungo non avrebbe impedito la sua fama, io non sono d’accordo. Penso sarebbe stato solo una inutile distrazione. Invece, sorvolo sulla questione della fantasia.

Altro è stato l’approccio di una giovane scrittrice ceca/cesca contemporanea per la scelta del suo pseudonimo. Davanti allo stupore dell’intervistatore sul perché di tale scelta, che non riguardava né la bellezza né la pronuncia del nome anagrafico, ha dichiarato: “Sono giovane, non ho la preparazione e neanche l’esperienza di una scrittrice, per questo penso che un giorno potrei vergognarmi. Non di cosa ho scritto ma di come”.

Capita

Capita di essere fortunati nella scelta del mestiere a fare l’attore con il cognome Pacino, a lui bastava semplicemente accorciare il nome Alfredo. Adoperare uno pseudonimo è come indossare un cappotto fatto sulla propria misura.
Capita di dismettere un nome come un abitino scomodo, per la crescita, scelto da altri, che con tutto il bene che gli si vuole non ci hanno vissuto dentro, portandolo ogni giorno con il dovere di diventare adulti. Cambiare un nome a volte è una scelta obbligata, anche se sembra di portare una protesi, di aver reciso qualcosa nato praticamente con noi e che comunque fa parte di noi, perché l’anagrafe ‘canta’.
Capita anche, firmando con uno pseudonimo, di sentirsi più liberi. Senza giudicare di che fardello ci si è liberati, è sempre e comunque una possibilità, è un diritto darsela.

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sfoglia: #fasciadellacriticona
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Veronica Petinardi

Da sempre mi piace scrivere, raccontare e condividere. Già quando vivevo a Praga, dove sono nata, producevo un’infinità cartacea di diari e fogli scribacchiati. Scrivevo a macchina i testi universitari e mi chiedevo in quanti li avrebbero capiti. Per questo diversi anni dopo, quando ormai vivevo in Italia, ho cominciato a scrivere per gli altri, con il mio stile semplice, anche o forse appunto perché intanto avevo vissuto una vita difficile.Ho aperto il mio primo blog (quel tipo schivo di notorietà) quando tutto era più che altro un gioco e non passavo ancora le ore ad imparare a capire come si fa sul serio. Anche se apprendere tutti i meccanismi è più difficile di quanto avessi anticipato con la mia gavetta e lo studio, la voglia di scrivere ha vinto con la forza per questa nuova avventura di “Parole di legami”.La vita mi ha insegnato che ad ogni problema c’è una soluzione e la condivisione è la cura migliore, ecco perché scrivo per te.
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