Medico sì, medico no

Medico sì, medico no

“Come stai?”.
“Eh, con questo caldo…”.
“Sì, guarda davvero, si muore.”.
…non si respira, si suda, che afa, che fatica, non scherziamo, adesso ci vuole pure un dottore. No, perché la salute innanzitutto.

Non è facile andare da un medico anche perché devi avercelo, mica ti puoi presentare in un ambulatorio così. Per avere un medico devi avere la residenza, per avere la residenza devi avere una casa o perlomeno un posto dove stai regolarmente. Per avere la casa devi avere un contratto di lavoro, o te la compri ma in questo caso ovviamente potresti saltare il passaggio del medico della mutua.

È da esaurimento. Comunque, se sei almeno un poco fortunato, il medico di famiglia o della mutua ce l’hai. E no, non sono la stessa cosa. Quello di famiglia è pieno di pazienti, li conosce, s’interessa anche. Il medico di famiglia si può perfino chiamare al cellulare, ti fornisce la diagnosi, un consiglio, e la raccomandazione, per l’eventualità che non funzioni, di passare in ambulatorio. Tutto sommato siete come degli amici, dopo un po’ di tempo vi salutate con un “ciao” e ogni tanto qualche esame del vostro sangue mantiene la cordiale credenza del medico di saper curare i suoi pazienti.

Medico della mutua

Quello della mutua prende ugualmente i suoi pochi euro a paziente al mese, indistintamente se questi si presentino o meno, ma con la differenza che non è strapieno di pazienti sia perché, si sa, basta chiedere quale sia meglio e quale peggio, sia perché sa pure ottimizzare. Non perde tempo né a guardarvi in faccia, tanto meno a fare la visita. Segue il monitor per controllare le vostre dichiarazioni. Dopo di che individua la problematica e fa la prescrizione del medicinale o vi manda da uno specialista. Mica è lì a fare tutto lui. Per le domande vi rimanda al collega o all’allegato del medicinale.

Dove di solito c’è la postilla ‘consultare il medico per qualsiasi dubbio’. Lasciamo perdere, perché infatti sarebbe altro tempo perso. Il tempo di eseguire una telefonata, con la differenza che non verrà eseguita. Lo stesso identico servizio si può ottenere andando direttamente dal farmacista, anche al costo di pagare un medicinale per intero (sempre che la prescrizione sia mutuabile). Conviene.  

Il tempo è caro a tutti,

anche il tempo passato nella sala aspetto, in più fastidioso. Non si tratta dei chiacchiericci, neanche ti ci metti a spiegare a chi non ha ancora capito il passaggio dei bigliettini della coda, quelli che continuano ad andare avanti e indietro triplicando il tempo di chi è venuto dopo i furbetti. C’è di peggio. L’aria condizionata a quanto pare in Italia non conosce mezze misure, o è a palla e sostituisce giorno e notte l’identico andamento del riscaldamento, oppure è rotta. Così accade negli ambulatori, nei mezzi pubblici, al pronto soccorso.

Lì proprio eviterei con tutte le forze di andarci. L’attesa è illimitata con la probabilità di passarci l’intera giornata. Il teatrino tra l’accettazione e la sala d’aspetto può inizialmente risultare divertente (ovviamente non siete arrivati con l’ambulanza moribondi) ma poi resta solo l’autocommiserazione. C’è chi reagisce, seppur avendo sperato per qualche ora, e alla fine butta la spugna per la gioia di chi depenna un altro in meno. Gli operatori sono convinti che la stragrande maggioranza ci stia perché non ha di meglio da fare.

In effetti anche chi ce l’ha di meglio da fare si dà del cretino, anche per una storta o qualsiasi intervento non si possa risolvere con internet. Perché parliamoci, tutti consultiamo l’etere per ogni cosa, malanni compresi. E anche se ci sono tanti altri che consigliano vivamente di non sostituirsi ai vari dottorati con una ricerca su Google e delegare al professionista quello che è capace di fare da solo, dopo qualche ora al pronto soccorso vorrei vedere…

Il medico no

Salvo incidenti e imprevisti vari, cerchiamo di stare lontani dai medici. In questa torrida estate purtroppo ci sono altri sconvenienti come i blackout in cui, se sfiorano “solo” qualche ora, il freddo sopravvive nel frigorifero scongiurando l’intossicazione alimentare. Bevendo tanto e facendo innumerevoli docce ci si salva dal collasso per il calore. La vitamina C e le bustine con potassio e magnesio vanno a ruba. Che dire, affinché ci sia l’energia. Per adesso non dovremmo esagerare con i ventilatori e fare le lavatrici di notte, consiglia chi vige sui consumi energetici. Diciamo che con la movida e i vicini rumorosi non fa tanta differenza.

Ancora oggi ci sono problemi, per esempio, con la trasportabilità del paziente con l’ambulanza, usufruibile solo in casi specifici e in un territorio specifico. Devi chiamarti un taxi o un parente, un amico volenteroso. Per usufruire del servizio pubblico spesso devi avere i soldi.

Come sarà nel futuro prossimo?

Quando, comodamente, da casa nostra, saranno analizzati i nostri dati di salute, in un tempo lampo, e confrontati con la banca dati internazionale per ricevere una diagnosi e la cura appropriata. Avremo che fare con le capacità di un algoritmo e ci confronteremo e saremo guariti e salvati da un bot. Manca poco, dicono. Una felice, confortante prospettiva di una capacità superiore, efficiente, indolore?

Beh, dovremo avere la possibilità di essere collegati, in una casa di cui usufruire grazie ad un fluido costante di conquibus. Dovremo essere rintracciabili ininterrottamente e vivere in un posto (utopia?) con un costante flusso di energia. Che se ti salta quella, un click non ti salva.

E i medici in carne e ossa? Alcuni stanno già operando a distanze chilometriche, neanche l’oceano li ferma. Altri proveranno ad emigrare in un altro paese. Sta già accadendo, per esempio i dottori cechi si spostano in Germania, negli States, in Olanda. Ma potrebbero capitare anche qui, credo. Te ne accorgeresti subito, non solo per l’accento ma anche perché ti guarderebbero negli occhi (non è una stupida battuta) e avrebbero tempo per la pazienza.

I medici comunque smetteranno di stampare il ricettario, dovranno fare da ponte tra il paziente e la tecnologia con la loro empatia professionale, se prima che questo accada non si disabitueranno ad usarla…

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Veronica Petinardi

Da sempre mi piace scrivere, raccontare e condividere. Già quando vivevo a Praga, dove sono nata, producevo un’infinità cartacea di diari e fogli scribacchiati. Scrivevo a macchina i testi universitari e mi chiedevo in quanti li avrebbero capiti. Per questo diversi anni dopo, quando ormai vivevo in Italia, ho cominciato a scrivere per gli altri, con il mio stile semplice, anche o forse appunto perché intanto avevo vissuto una vita difficile.Ho aperto il mio primo blog (quel tipo schivo di notorietà) quando tutto era più che altro un gioco e non passavo ancora le ore ad imparare a capire come si fa sul serio. Anche se apprendere tutti i meccanismi è più difficile di quanto avessi anticipato con la mia gavetta e lo studio, la voglia di scrivere ha vinto con la forza per questa nuova avventura di “Parole di legami”.La vita mi ha insegnato che ad ogni problema c’è una soluzione e la condivisione è la cura migliore, ecco perché scrivo per te.
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