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IL SIGNIFICATO DI TUTTO QUESTO, 180 giorni – puntata 21 –

IL SIGNIFICATO DI TUTTO QUESTO, 180 giorni – puntata 21 –

Avevo bisogno del significato di tutto questo e qualcosa mi ha guidato. Si potrebbe dire che tutto è accaduto per mano divina seppur io non sia credente in senso religioso, perché ho il mio Matrix. Immagino un’entità, capacità, volontà, fluido o energia che gestisce la massa dell’universo secondo delle leggi che ancora ignoriamo, inventandoci anche delle spiegazioni strampalate e tutt’ora interrogandoci sul senso della vita. Per questo credo in qualcosa di più prosaico e fantasioso della fede, come un Matrix.

Ho avuto tutto il mio percorso a proposito. Arrivo, pur essendo battezzata per la convinzione o l’abitudine di mia madre, da un paese che professava l’ateismo. Una volta in Italia, dove la religione invece ha un suo rilievo, per il dovere di capire mi sono sentita entrare dentro la comunità cristiana. Pensavo di colmare la mia lacuna non avendo ricevuto una educazione religiosa.

Far parte di qualcosa che non è tuo

Prima di allora le chiese le avevo guardate come edifici dal significato architettonico, appartenenti alla storia delle diverse culture. Ammiravo la loro complessità di costruzione. Tuttavia, quando avevo deciso, non mi ero limitata solo a questo. Andavo a messa, ascoltavo le prediche, imparavo le canzoni e cercavo di capire la Bibbia. Avevo conosciuto diverse persone ma le trovavo noiose, forse per la mia ignoranza, le abitudini non apprese da piccola. Il significato di dover mostrare rispetto continuando ad alzarmi durante la messa non lo comprendevo, così come tante altre spiegazioni sulle restrizioni che non facevano che allontanarmi dal mio proposito.

Solo una volta mi ero sentita emozionata: visitando il Papa a Roma. Poi avevo capito che era per la quantità esagerata di persone unite nello stesso posto per un ideale comune. Il loro. Passato questo raro momento, per me, l’avevo accostato ad un evento come altri. Come Woodstock, il quale avrei preferito, e avevo concluso così la mia esperienza religiosa. Raccontandolo a Lorenzo, lui diceva che i cambiamenti di una persona sono una tribolazione e bisogna avere tanta volontà e pazienza. La mia riluttanza non era solo perché non mi ci trovavo a mio agio ma soprattutto per non avere più l’interesse di farne la parte.

 

Sentivo che andare avanti non aveva più significato

Il mio guidare così a caso senza pensare a dove stessi andando non faceva altro che alimentare i miei pensieri e i ricordi scomodi. Sentivo il bisogno di fermarmi. Ormai dovevo essere lontana da casa, essendo partita di mattina presto, guardando il sole non poteva mancare tanto a mezzogiorno. Lo smartphone lo confermava, così come il non aver ricevuto nessun nuovo messaggio.

Dopo aver parcheggiato in un paesino in mezzo le colline pensavo di fare una passeggiata, prendere una boccata d’aria e forse rifugiarmi in una chiesetta poco lontana. Era capitato, in passato, di entrarci ancora in una chiesa qualsiasi e se era vuota mi sedevo lì, con i miei pensieri. Nel silenzio riflettevo su di me, sul mondo o stavo lì guardandomi attorno, osservando lo scorcio di un mondo diverso, lontano dal mio e riuscivo a zittirmi.

M’incamminai per scoprire di trovarmi in un paesino davvero piccolissimo. Il parcheggio era poco lontano dal centro dell’abitato. Come è tipico nelle colline ci si trovavano solo una bottega, una farmacia e il minuscolo edificio comunale. Poco dopo le case concentrate a semicerchio, altre sparse e qualcuna isolata più in là. Un posto quasi sperduto e, mi chiedevo tra me e me, che ci avrei potuto trovare lì.

Incontrai appena una persona sulla stradina, un uomo che mi fece un accenno di saluto toccandosi il capello che portava abbassato sul viso. Continuavo a camminare e assaporavo il profumo di un’aria pulita. Da una dolce salita, ornata da tanti alberi in direzione di uno spiazzo dove stava la chiesetta, scendeva una signora, anche lei salutando, con una voce molto bassa. Quando mi aveva superata, mi ero girata per avere la conferma e infatti si era voltata anche lei, incuriosita dalla mia presenza e sapendo benissimo di non conoscermi.

Voglio stare da sola, in pace

Smisi di concentrarmi su di lei e proseguii, ormai vicina alla chiesetta. La mia attenzione era stata attirata dalla melodia pastorale. Mi ero fermata sui gradini riflettendo se avessi intenzione di trovarmi in mezzo ai parrocchiani di un paesello, adocchiata a turno dalla curiosità. Poi mi ero anche detta che tanto magari la messa stava per finire, dopo poco sarebbero usciti e avrei potuto stare da sola, in pace. Dopo ancora mi ero ricordata di come spesso i fedeli si fermano per parlare tra di loro e con il parroco ma forse qui, in un paese così piccolo dove si conoscono tutti benissimo, avrebbero avuto fretta di andare a pranzo e così ho deciso di entrare.

Aprii il portone, il canto era cessato e si sentiva solo la voce del prete, qualcuno nelle ultime file si era girato, avrà pensato che fossi una turista sperduta, non ci avevo badato. Il mio sguardo era stato guidato verso la voce vicino l’altare sopra il quale le finestrelle, tutte bianche e non composte da un mosaico colorato, facevano entrare una luce intensa. In quell’attimo capii il senso della mia esitazione fuori, prima di entrare.

Il significato

Prima, fuori, quel qualcosa in cui io credo mi aveva fatto soffermare. L’ultima possibilità di lasciar perdere, come sempre, o varcare la soglia. Una volta entrata i movimenti si erano sincronizzati. Il prete, che prima stava di spalle, sotto quella luce illuminante, si stava girando nella mia direzione. In quel momento ho incrociato quel maledetto ghigno e ho capito.

Ghiacciavo, fissa sulla prima mattonella all’entrata. Avevo la sensazione che anche il mio sangue fosse fermo nel mio spazio interno. Solo un micro-attimo e poi aveva ripreso tutto ma come al rallentatore. Fissavo lui, con le braccia infilate in un vestito che mai avrei potuto immaginare sopra la nudità maschile. Lui alzava le mani verso il suo universo e ci teneva un’ostia. Freddo, composto, poteva sembrare ordinario. Io, invece, congelata dalla mia certezza. Quel sorrisetto, dopo che si erano incrociati i nostri sguardi, era fuori posto. Lo sapevamo solo io e lui, Lorenzo.

 

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Veronica Petinardi

Da sempre mi piace scrivere, raccontare e condividere. Già quando vivevo a Praga, dove sono nata, producevo un’infinità cartacea di diari e fogli scribacchiati. Scrivevo a macchina i testi universitari e mi chiedevo in quanti li avrebbero capiti. Per questo diversi anni dopo, quando ormai vivevo in Italia, ho cominciato a scrivere per gli altri, con il mio stile semplice, anche o forse appunto perché intanto avevo vissuto una vita difficile.Ho aperto il mio primo blog (quel tipo schivo di notorietà) quando tutto era più che altro un gioco e non passavo ancora le ore ad imparare a capire come si fa sul serio. Anche se apprendere tutti i meccanismi è più difficile di quanto avessi anticipato con la mia gavetta e lo studio, la voglia di scrivere ha vinto con la forza per questa nuova avventura di “Parole di legami”.La vita mi ha insegnato che ad ogni problema c’è una soluzione e la condivisione è la cura migliore, ecco perché scrivo per te.
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