Cibo feroce

Cibo feroce

Ragionamenti di un emigrato marocchino sul cibo e la rabbia che ne deriva.

Per vivere oltre a lavorare è necessario mangiare cibo sano e viaggiare. In tutto bisogna mantenere i sensi pronti ad apprendere i segnali della scoperta. Questa era la convinzione di mio padre nel 1989. Il mondo, la vita andavano vissuti, diceva.”.

“Così sono finito in Europa” mi ha raccontato pochi mesi fa lui, l’uomo di una cinquantina d’anni d’origine marocchina. Voleva conoscere l’Europa, vivere il suo mondo e si era trovato davanti ad un cambiamento veloce già allora, per come era abituato era feroce. In questi ultimi trent’anni, pochi per una vita umana, sono successe tante cose, i cambiamenti sono stati molto importanti e dannosi pure, sostiene.

Il cambiamento nel cibo

Dice che la prova più evidente del peggioramento è quello che mangiamo, il cibo. Allora, sempre negli anni Novanta, si criticavano i contadini, il fatto che non si curassero dell’igiene ma oggi è molto peggio perché da una parte sta la cattiva conservazione, dall’altra mangiamo plastica e cibo manipolato. “Altro che contadini!” aveva esclamato e aveva fatto l’esempio di cosa si combini con la carne: “Hai visto che colore ha, tutta uguale?”. Mi aveva spiegato che esiste un tipo di sale con il quale la carne viene lavata, così da nera torna di nuovo rossa.
“Tu la mangi pensando che la carne è buona! Entri in un negozio ed è tutto uguale, non ti sembra allarmante?”.

Avevo fatto un segno da “nì” perché io la carne quasi non la mangio e lui come se avesse intuito mi aveva portato un altro esempio, quello delle mele piene di pesticidi, anche loro tutte belle uguali. Delle banane che maturano durante il viaggio, quindi i nutrienti sono di un frutto ancora acerbo. Mi aveva parlato della farina macinata insieme a topi e vermi. Come se dovesse convincermi ad ogni costo (e non ce n’era bisogno) aveva continuato puntando il dito sui laboratori, soprattutto artigianali, che non sono controllati a dovere. Sempre con tono pacato aveva proseguito con dei locali che usano oli cancerogeni, tanti che lavorano senza i documenti in regola.

Che lui ce l’abbia con il cibo è chiaro, ci lavora da una vita. Adesso nelle cucine ci si può guardare dentro ma una volta erano chiuse e non potevi sapere cosa ti avrebbero portato in tavola. Oggi è chiaro, puoi immaginare come venga tenuto un esercizio, poi se in tv guardi Alessandro Borghese o Masterchef qualche confronto ti può anche venire. Ad ogni modo, vedendo gli alimenti sparsi qua e là, le confezioni di cibo beatamente aperte in mezzo ai piatti portati dalla sala per essere lavati… c’è veramente da uscire e guardare bene dove e cosa si acquista.

I rimpianti

“Si mangia male, il lavoro c’è solo per chi ha da investire in privato e viaggiando ti rendi conto che tutto sta diventando tremendamente uguale.” non aveva ancora finito, lui.
A quel punto avevo deciso di porre la domanda, quella che anche io ho sentito tante, troppe, odiose volte ma per confronto e non per arroganza gliel’ho chiesto:
“Ti sei mai pentito di esserti fermato in Italia?”.

“Sì, mi pento di essermi fermato in Italia.” Aveva risposto subito e tranquillamente. Aveva raccontato di come all’inizio tornasse spesso in Marocco, poi purtroppo si era ammalato, poi aveva perso il lavoro e ora potersi spostare per lui è diventato complicato. Ha tanti effetti collaterali e ammetto che mi dispiace.
“Non ti devi preoccupare, sono arrabbiato per il cibo ma non è solo questo. Ho ancora gli occhi buoni e ho guadagnato tante conoscenze, me la cavo lo stesso, per fortuna. Questo, lo ammetto, lo devo all’Italia.”.

E così mi ha raccontato di come l’abbiano curato e gli abbiano salvato la vita, non per la guerra, per la malattia. Gli fa male doverlo dire, anche se in questo paese adesso si grida al razzismo il problema vero è la troppa rabbia. Parla addolorato per come questo paese abbia cambiato faccia, atmosfera. Le persone sono diventate diffidenti e lui lo percepisce e capisce. È nostalgico dei tempi in cui nel bel paese potevi bussare a una porta, facevi due chiacchiere e ricevevi un bicchiere d’acqua sotto il sole caldo o una tazza di tè in inverno.

Tristi considerazioni

“Tempi passati, peccato, ho ancora i miei sogni, comunque. Lo dico da emigrato di lunga data, come tanti, oggi se potessi tornerei a casa mia. La gente non pensa che tanti stanno qui solo perché devono o semplicemente non hanno un altro posto dove andare.”.
Triste anche la sua considerazione verso i nuovi emigrati. Ormai si sa che qui (in Italia) le regole contano poco e la gente “per bene” ne sta alla larga: “Fai tu la conclusione su chi arriva qui e di che pasta sia fatto.”.

Perché non si guarda, non si osserva e non si vede, è convinto lui. E poi dice di volermi fare un esempio stupido, semplice anche per chi non pensa. Parla dei bagni pubblici, che all’estero si trovano dappertutto. A pagamento, ovviamente, hanno la loro gestione. Qui invece quei pochi che esistono o sono rotti o sono impraticabili per la sporcizia. Non bisogna studiare per comprendere che la cultura d’un paese sia alla vista di tutti nella gestione del quotidiano.

Non è in un bar lucido alla moda per chi ha soldi da sprecare, è in quel piscio che si sente per aria. Lasciata fuori, sul marciapiede, sopra le macchine, ovunque. Indipendentemente da che sia stato uno studente che ha bevuto troppe birre da passeggio, un senzatetto, un drogato o un emigrato. C’è chi ci trova pure gusto nel farlo.
Come d’altra parte c’è chi si sente libero di sfogare la rabbia. Per questo come per tutto il resto.

La rabbia alla fine

“Sono un marocchino che aspetta la sua meritata pensione dopo anni di lavori pesanti e che vive la giornata pensando al mondo. Quello da cui viene, là dove al contrario di ciò che si dice delle guerre africane, che un giorno finiranno, tutti sanno che non succederà. Là c’è rabbia e odio aizzato e la smania di avere di più, così la guerra si sposta solo da un paese all’altro, però non cessa. E poi questo mondo qua, dove la gente si sta arrabbiando tanto o posa lo sguardo altrove. Quello dove si vedrebbe che la trasformazione feroce non sta cessando.”.

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Giusto oggi un’altra notizia di cibo feroce: pizza condita con scarafaggi .

Veronica Petinardi

Da sempre mi piace scrivere, raccontare e condividere. Già quando vivevo a Praga, dove sono nata, producevo un’infinità cartacea di diari e fogli scribacchiati. Scrivevo a macchina i testi universitari e mi chiedevo in quanti li avrebbero capiti. Per questo diversi anni dopo, quando ormai vivevo in Italia, ho cominciato a scrivere per gli altri, con il mio stile semplice, anche o forse appunto perché intanto avevo vissuto una vita difficile.Ho aperto il mio primo blog (quel tipo schivo di notorietà) quando tutto era più che altro un gioco e non passavo ancora le ore ad imparare a capire come si fa sul serio. Anche se apprendere tutti i meccanismi è più difficile di quanto avessi anticipato con la mia gavetta e lo studio, la voglia di scrivere ha vinto con la forza per questa nuova avventura di “Parole di legami”.La vita mi ha insegnato che ad ogni problema c’è una soluzione e la condivisione è la cura migliore, ecco perché scrivo per te.
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