Novembre si potrebbe considerare un mese di conclusioni.
I rami con le poche foglie rimaste lasciano la visuale ad un qualche nuovo inizio. Oltre la fine dell’estate, ormai realmente scomparsa dietro l’orizzonte, terminano anche gli ultimi dibattiti delle tesi.

VARCARE I LIMITI

Arriva quell’ultimo giorno tanto aspettato, la fine d’un percorso in un modo o nell’altro, comunque cosparso di tante sofferenze. C’è chi ha superato il proprio limite nel terrore degli esami, delle scadenze, di accontentare sé stesso oppure qualcun altro nella classifica dei voti. Si vince anche la distanza dalla famiglia d’origine. C’è chi sui gradini da salire ha imparato tanto altro, che fa più parte della vita stessa, condivisa e convissuta insieme a diversi nell’indirizzo dello studio intrapreso.

Si trovano molte differenze nel cammino durante un soggiorno fuori casa. All’inizio conta come un trasferimento a tempo determinato, invece col tempo e soprattutto col sapore delle conquiste ci si prende gusto e tanti non tornano più a casa.
Emigrano definitivamente, inserendosi nella classifica dei grandi numeri di emigrati per lavoro. Al termine “emigrazione”, infatti, viene dato questo significato: “Chi si trasferisce all’estero (o in una regione diversa dalla propria), generalmente in cerca di lavoro e per migliorare la propria posizione economica.”

Chi trova veramente un lavoro (“qualunque lavoro, basta uno stipendio”) e chi invece recide definitivamente il cordone ombelicale ormai rinsecchito ma tenuto speranzosamente attaccato dalla casa fino a quel momento.

Finché non cade anche l’ultima foglia della corona d’alloro. Portate via una ad una per ricordo dai partecipanti ai festeggiamenti, quel che resta e resiste ancora agli spostamenti da un angolo della casa all’altro viene definitivamente buttato insieme a tanti altri oggetti superflui nel fare il trasloco.

Posizione economica

Poi viene completato anche il trasferimento. Un ex studente cambia residenza e diventa un partecipante ad un processo nella costruzione di qualcosa. Affronta un suo cambiamento nella speranza, ricerca o convinzione di “cambiare la PROPRIA posizione economica”. Diventa a tutti gli effetti un emigrato.

All’inizio non è salito su un gommone, non è fuggito da una guerra anche se ha lasciato tanto di sé sia a casa che in trasferta. Anche se era andato avanti grazie alla borsa di studio e dei lavoretti quando capitava. Anche se, all’inizio, è stata una decisione presa semplicemente per completare un’istruzione o provare a farsi un’esperienza. Non c’erano il fagottino e un viaggio per “un” mondo.

Poi, però, arrivano tante altre esperienze impossibili o improbabili da poter maturare in un piccolo paesino di montagna, o comunque dall’altra parte dell’Italia, così tanto diversa… che sia l’erba del vicino (che comunque accomuna tutte le emigrazioni) o una decisione presa sul posto dopo averci vissuto, anche questa è una scelta da mal di pancia, che comunque arriva. Trovare la propria posizione economica, una posizione, un posizionamento qualunque…

Tutto il mondo è un paese,

ma ogni paese ha il suo sapore, la sua peculiarità e la fiducia è l’ultima conquista.
Comunque sia, sono stata invitata a partecipare a diverse conclusioni di percorsi di studi universitari. Ho visto, ascoltato, compartecipato, fatto amicizie e tuttora conosco diversi ragazzi rimasti a Torino o sparsi per altre città italiane e nel mondo.
Sono diventati tutti emigrati, hanno preso la propria decisione fuori dai dizionari, a volte molto complessa, e neanche uno si è salvato dal pagare un pedaggio importante.

A tutti quelli come loro auguro con il cuore di arrivare al loro scopo. A voi che conosco, vi voglio un gran bene, lo sapete, forza! 

 

Un colloquio, il mestiere reinventato

 

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