180 giorni Anna convinta Anna era chinata sotto il banco quando aveva udito le prime parole: “Pàpa, Papuscka”. Si era aggiustata immediatamente, curiosa di vedere chi stesse urlando.

“Papusca! Jolka!” ripete ancora una bambina, tirando per la mano un adulto, con la sua manina segnala l’albero di Natale. Avrà otto, nove anni e porta un abitino vivace. Tra lei e il suo ‘Papusca’, appoggiata per terra, sta una borsa da spiaggia piuttosto grande.

“Pasmotri, pajdiom!” si sentono ancora le sue richieste. Distinte, parola per parola. D’altronde chi le ha “vociate” scandisce bene il tipico entusiasmo fanciullesco. L’uomo, tirato per il braccio, interrompe la sua conversazione salutando frettolosamente un altro adulto e sorridendo si mette a seguire la bambina. Ad un osservatore casuale l’evidente propensione ad accontentare gli appelli della ragazzina per andare a vedere un gigante simbolo del Natale potrebbe già bastare a scaldare l’animo. 180 giorni Anna convinta 

Nel caso di Anna la questione è diversa. Avrebbe voluto eseguire una qualsiasi mansione al bar, chi invece di questo era esperto la sua intenzione l’avrebbe trovata grottesca.
Si tratta di quei momenti nei quali ci si trova quando si vuole schermare un’emozione. Classica intenzione demolita con la puntuale Legge di Murphy che fa cadere qualche oggetto non facendovi più trovare la regolare collocazione.

Anna era convinta 180 giorni Anna convinta 

di essersi allontanata sufficientemente da non dover cercare soluzioni importanti, di stare lontana dai coinvolgimenti sentimentali e vivere tutto sommato tranquilla. Qualcuno ancora decideva quando e cosa doveva fare, però a differenza di prima poche sorprese potevano avverarsi grazie a una base messa per iscritto e questo le dava una sensazione di serenità della quale aveva bisogno. Un bicchiere di succo ora rovesciato sul banco l’aveva portata a smettere il proprio daffare e appoggiarsi sul banco, uno straccio in mano attenta alla scena nella visuale che si trovava davanti.

L’albero di Natale, ‘Jolka’, si muoveva leggermente con il vento, particolarmente forte, però ancorato e tenuto da quattro corde di ferro che il giorno prima i ragazzi avevano legato . Era assicurato bene ma troppo distante dal bar perché Anna potesse sentire il resto dell’eccitazione della bambina.

Non importava,

si capiva dal suo saltellare in avanti e gesticolare per il luccichio degli addobbi, per ora dovuto al sole. Si vedeva anche da lì la felicità di suo padre che osservava la figlia seguendola con il borsone in spalla in una traiettoria da destra e sinistra e poi di ritorno.

La mancanza di parole non incideva anche perché le prime avevano già riempito il pensiero di Anna rievocando la sua infanzia. Una felicità passata con un uomo che ricordava come suo padre.

Quell’ovattina che Anna si era creata sull’isola non poteva proteggerla dall’incursione nello stomaco. Le parole che erano rimaste nella sua memoria bambinesca per essere demolite nell’età adulta proprio da sua madre l’avevano assalita di nuovo.

La bambina russa aveva fatto il giro dell’albero ritrovando suo padre dove l’aveva lasciato. Tutto questo insieme condito dall’aroma natalizio in un’isola iberica aggiungeva una fitta che trapassando Anna si trasformava in qualcosa pesante. Forse solo per accentuare come tutto possa essere contraddetto o ribaltato. Cambiato.

Non era solo per la sua ultima fuga, quella dal lago. Questo richiamo veniva da più lontano, da quando aveva fatto le prime valigie ed era partita per il mondo, da quando suo padre non avrebbe più potuto ritrovarlo, mai più, da nessuna parte. 180 giorni Anna convinta 

Così

Anna seguiva i suoi sogni, per non raccogliere nemmeno i pezzi. E faceva male, ancora, non potersi concedere un bicchiere in servizio, che tanto tra poco finirà. Il suo pensiero è rivolto ancora al passato, “agli altri che non staranno tanto bene”, comunque. Neanche quella ‘Jolka’, il simbolo con il quale tutti diventiamo più buoni, servirà. Le bugie non lo permettono. 

La lavastoviglie ha terminato il suo programma e Anna torna a riporre i bicchieri e le tazzine al loro posto. Il lavoro in sospeso dev’essere finito, ha il dovere di muoversi, per lei è una nuova mano di carte. Al secondo ritorno dal sottobanco la bambina felice non c’è più, Anna vede solo gli addobbi che la mattina anche lei aveva appeso. Sembrano fluttuare libere seppure appese con scrupolosità, non così. 180 giorni Anna convinta 

 

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