EMIGRANTE SENZA SCOPO, da Praga in Italia

0
52
views
America emigrante emigrazione Italia italiano Praga scopo senso utilità

Emigrante senza scopo
Mancavano pochi anni alla caduta del muro e qualcosa di più da quando la gente aveva cominciato a mormorare che così non si può andare avanti. Si avvertiva che stava per arrivare un cambiamento ma di che cosa si trattasse non si sapeva ancora. Il popolo brontolava, ignorava e continuava con la sua solita vita. Era quella vecchia strada che si conosceva bene, seppure parecchio rotta e faceva cadere. Quello che non si sapeva come al solito procurava preoccupazioni più grandi.

“Ci siamo già passati”

dicevano gli anziani ricordando la guerra e com’era andata a finire con la democrazia della prima repubblica, quella di grandi personaggi come un presidente (Masaryk, Tomáš Garrigue ), un grande imprenditore (Tomáš Baťa), un regista (Miloš Forman ) o perfino un nobile (František Schwarzenberg ). Guardate dove sono andati! All’estero sono, e noi qui a goderci il comunismo, “qui tutta la roba è di tutti!”, dicevano. Raccontavano di come sembrasse tutto bello quand’era cominciato, perché si pensava ad un insieme e non più al singolo che tanto era bravo quanto era ricco e quindi potente. “Ora decidiamo tutto noi”, il proletariato, è lui a costruire e non si fa più comandare. Sembrava così ed era comodo pensarlo, ormai.

IO

Io oltre ad avere un lavoro d’ufficio, a posto con le direttive del regime, portavo ogni tanto dei gruppi di turisti per il centro di Praga. Era un extra, una fonte d’informazioni. I turisti da sempre fanno i confronti e la città ne aveva a disposizione ad ogni angolo. Scrivevo quello che volevo (tanto nessuno lo leggeva), frequentavo la biblioteca (quello che passava la censura) e leggevo i romanzi vietati dal regime che circolavano come un primo bookcrossing da una mano all’altra.

Erano le mie uniche fonti d’informazione insieme agli stranieri e le persone che avevano potuto eseguire un interminabile impegno burocratico per dare uno sguardo all’erba del vicino oltre la cortina (al loro ritorno organizzavano incontri a casa per condividere le loro osservazioni). Non esisteva ancora Internet, e questo si sa, ma c’erano le stazioni radio che trasmettevano dall’Ovest Europa. Oltre il mancato contatto fisico con le persone per poter avere la fiducia del face-to-face c’era anche il problema del pericolo di farsi beccare ad ascoltare questi programmi. Si vociferava che gli speaker fossero collaboratori del regime addestrati ad influenzare chi non studiava a fondo la storia e le strategie politiche (la solita massa).

Ero una ragazza

giovane, propensa a commettere i miei sbagli, nella mia mente era già piantato il seme del dubbio che germogliava sulle pagine dei libri e acquisiva le parole dai racconti di chi proveniva, oppure aveva potuto posare il proprio pensiero, oltre la frontiera. Un giorno ridendo e scherzando un italiano (eh sì, pensandoci ora poteva dirla solo lui una frase del genere) mi aveva detto: “Sì, qua vi mangiate tanti film di guerra e vi comandano i sovietici, noi invece ci abbuffiamo di americanate, non pensare che sia tanto diverso ma da noi se tu vai in una piazza e ti metti gridare che il presidente è un cretino, devo ammetterlo, in Italia sei libera di dirlo, non ti mettono in prigione seduta stante come accadrebbe qui.”.

Era un esempio detto per far ridere o far colpo su una ragazza in un paese reputato non libero. Però la considerazione non era così tanto sbagliata. Io non potevo dire liberamente quello che potevo pensare ma soprattutto non avevo libero accesso alle informazioni e questo sì che non era divertente. Mi bruciava. Mi disturbava. La mia ribellione aveva cominciato a crescere.

Avevo deciso di terminare la mia conoscenza dei paesi del blocco dell’Est, ormai mi mancavano solo la Polonia e l’Unione Sovietica della quale facevo volentieri a meno. Non volevo metterci piede fedele alle informazioni che un domani avrei fatto fatica ad andare in America, perché quella la dovevo vedere, ormai la mia piantina dell’emigrazione era in crescita.

Senso dell’emigrazione

Intanto che il tempo passava tutto diventava rapidamente vecchio. I sopravvissuti alla guerra domandavano a noi gasati dalla gioventù cosa mai ci potessimo aspettare dal consumismo. Loro ricordavano com’era finita con il mercato dopo il processo di nazionalizzazione. Loro c’erano anche quando qualcuno aveva parlato o scritto parole politicamente inadatte e quella volta si era parlato di grandi cambiamenti, sbocciati in primavera e calpestati a fine estate. Parlavano anche delle grandi ondate dell’emigrazione ceca, di quella decisa individualmente e anche di quella imposta. Ormai, dicevano, che senso ha andare via…

Per me, giovane, arrivava solo la sensazione dello svenduto e ostacolato, se mi voltavo indietro vedevo decenni in cui la gente aveva percorso quella vecchia strada, conoscendo ormai tutte le buche vivendo nella ninnananna della noia, credendo che questa fosse la sicurezza della loro vita, progetti piccoli ma tutto sommato certi.
Quando sei giovane, voler fare una valigia e andare per il mondo è facile. Hai tanta voglia di avere qualcosa di più, non necessariamente un paio di jeans, poterti comprare due giornali da due fazioni opposte e confrontarli. La democrazia oltre la frontiera chiusa con un muro non faceva che ingrandire la visione della libertà. Avere le opportunità di scegliersi la propria strada, trovare la propria America.

Questo può significare tante cose, certo, come dei progetti ottenuti in modi opposti. Quando si parte senza una pianificazione decennale (e perché mai eseguire un insegnamento del regime totalitario?) si diventa un emigrante senza scopo.

Emigrante senza scopo

È arrivata una nuova rubrica

Per legare ancora di più seguimi su Facebook: Parole di legami
Le parole legano anche su Instagram e YouTube,

Grazie per la lettura

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!

* Questa casella GDPR è richiesta

*

Accetto

Please enter your name here