Come nelle favole, anche se è ancora febbraio e secondo le previsioni l’inverno non demorderà facilmente per lasciare il potere alla primavera, ogni tanto una bella giornata soleggiata fa sperare in meglio.

Le favole nel mio paese d’origine hanno una lunga tradizione. Non solo nella forma di cartoni animati, animazioni in 3D o con le storielle delle marionette ma soprattutto nei lungometraggi, con una produzione tuttora importante. E tanto più un racconto per la buonanotte. Nella lingua ceca certamente avrà anche schermato i pensieri degli spettatori adulti. “Raccontando le favole” piuttosto che trattare le problematiche. Il periodo del regime sicuramente ha condizionato il suo popolo con una notevole censura mediatica, ad ogni modo il messaggio delle favole è univoco, porta la speranza nel meglio, che un giorno tutto si risolverà, comunque scalda l’animo.

Tornando alle temperature italiane ancora invernali a questo proposito ne ho rivisitata una. Perché le favole riscaldano, tanto più se parlano di una zuppa.

Una strana zuppa

C’era una volta… un soldato su uno territorio sconosciuto che cercava di allontanarsi dai luoghi di una guerra durata anni. Camminava ormai da tanto, senza un soldo, con il solo abito che portava addosso e un’ascia, scambiata per il fucile insensato. Aveva invece tanta voglia di tornare a casa, non sapendo se sarebbe riuscito a trovarla e nemmeno se esistesse ancora. Di sera si scaldava davanti un fuocherello con la poca legna che riusciva a procurarsi e tagliare con la sua ascia. La stanchezza lo aiutava ad addormentarsi anche se nello stomaco aveva solo le bacche trovate vicino ai boschi e l’acqua bevuta dai ruscelli.

Dopo tanti giorni, finalmente avvistò un piccolo villaggio. Era minuscolo, con poche case e si capiva che aveva risentito delle carestie della guerra. “Un soldato in un posto così sarà guardato con una certa diffidenza.” gli passò per la mente e pensò di proseguire oltre. Alla fine del sentiero, proprio per ultima, stava una casuccia molto deperita e trascurata ma con un orticello che si intravedeva da dietro. Il soldato prese coraggio e bussò alla porta.

Gli venne ad aprire una donna e alla prime rimase stranita trovandosi innanzi un soldato. Parecchio sciupato, si vedeva che era stanco, lui le chiese se potesse avere un poco d’acqua bollita per la sua zuppa d’ascia. Lei viveva da sola, una vedova di guerra e tentennò un poco guardando quest’uomo. Poi aveva deciso e acconsentì a dargli una possibilità anche se continuava a pensare alla sua stranezza. Mal che andasse con l’acqua bollita un tè poteva anche offrirlo ad un reduce di guerra. Lei, tutta sola, cosa mai aveva ancora da perdere in una casa fatiscente, pensò, e lo invitò ad entrare.

Mentre metteva l’acqua

sul fuoco gli chiese: “Una zuppa d’ascia, diceva?”
“Sì, vedrà com’è buona, si fidi“ assicurava il soldato togliendo dalla sua cintura l’ascia e ponendola nelle mani della donna. Lei uscì a risciacquarla nel pozzetto e poi la mise dentro la pentola come il soldato confermò sarebbe stato giusto fare. Il soldato, sempre gentilmente, aveva chiesto ancora se fosse possibile avere un mestolo, per poter mischiare bene la zuppa. La massaia gli diede pure il mestolo e girò ancora la sua testa da destra a sinistra, stupita di quelle strane richieste del soldato. Lui con tutta calma girava la sua ascia dentro il pentolone, aspettando con pazienza.

Ad un certo punto si mise ad annusare il vapore che cominciò a uscire dalla pentola, esclamando con versi di soddisfazione per quanto la zuppa stesse cuocendo bene. Poi pure la sorseggiò col mestolo, continuando a strepitare alla sua opera. La massaia non ce la fece più e gli chiese di farla assaggiare pure a lei. Allora il soldato assaporò ancora la sua bollitura e poi le disse: “No, non posso davvero farle questo torto, sa i miei gusti son un po’ rozzi, dalla guerra.”

“Ma che favole,

me la faccia assaggiare!” richiese ancora più impaziente la donna.
“Credo che per lei sia sicuramente poco salata” rispose il soldato e la massaia gli andò a prendere subito il sale e il soldato ricominciò a mischiare.
“Allora, che dice, ora posso assaggiare?” chiese di nuovo la donna.
“Eh, no, no, non me la sento, lei è una donna, delicata, per lei il sapore è ancora pesante, bisognerebbe addolcirlo un poco” si rifiutò di nuovo il cuoco. La massaia non aspettò e corse fuori per prendere una carota dal suo orticello. Così la storia andò avanti con qualche foglia di verza, anche due patate e un po’ di quei funghi secchi appesi alla mensola. Alla fine il soldato si convinse che era arrivato il momento giusto per far assaporare la zuppa alla vedova.

A quel punto fu lei a fermarlo, perché ormai il profumo aveva invaso la casetta e aspettando tanto lei pensò che non si poteva che prendere un pezzo di pane raffermo. Si sa, con una zuppa così invitante, quello non può mancare. Finalmente arrivò il momento rimandato e due scodelle di zuppa fumante, quella buona da fidarsi, erano posate sopra un tavolo, del quale il soldato non aveva potuto fare uso ormai da anni.

L’atmosfera

che poteva avere dell’abituale ebbe un potere straordinario. La massaia non ricordava una zuppa così buona e mai si sarebbe immaginata che fosse possibile in quei tempi. “Una buonissima zuppa d’ascia, sì” al soldato era scappato pure un sorriso nel convenire sulla bontà della zuppa. E dopo aver mangiato, il soldato aveva estratto l’ascia dalla pentola, l’aveva asciugata e aveva aggiunto: “Signora massaia, ora con la mia ascia le taglio un po’ di legna, così la ripagherò della sua ospitalità”.

Risero e misero via insieme la legna tagliata. E forse, con una buona probabilità, poi risero ancora…

Anche nelle favole bisogna essere attivi, perché il lieto fine si avveri.

 

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