IL PRETE, L’ULTIMA TESSERA, 180 giorni – puntata 23 –

0
148
views
Il prete e l'ultima tessera di domino, 180 giorni - puntata 23 -

Io non mi muovevo e percepivo il prete che mi fissava anche se poteva sembrare che stesse guardando solo l’uscita. Forse per la prima volta nella sua vita, lui non aveva tutto sotto il suo controllo. Io di certo ne stavo fuori. Lui era lì a fare la sua messa, davanti l’altare, e io, seppure in fondo, ero all’entrata.

Là, dove i miei sensi riprendevano a reagire, quando le sue parole annunciavano la fine della funzione. La voce di quel prete con la faccia di Lorenzo aveva fatto ridondare anche un saluto. Il sentirlo mi aveva causato l’effetto di appesantire ulteriormente la mia consapevolezza di non stare sognando. Ormai ero cosciente di quella realtà e il mio ragionamento non si soffermava sull’impossibilità di immaginarlo.

Più di chiedermi perché

la mia vita avesse potuto prendere la via di una dipartita preannunciata invece di fare il suo corso così come era cominciata, in un bar, con quella frase ammiccante: “Tu sei bellissima e io mi chiamo Lorenzo”; io in quella chiesa invece avevo sentito un dovere verso il mio Matrix. Da qualche parte, dietro la vetrata dalla quale usciva quella luce, dovevo mandargli un “Grazie!” Provavo un lieve calore di gratitudine verso quel qualcosa che mi aveva guidata.

Qualcosa che mi aveva portata verso la porta, dove stavo ancora ferma, magistralmente orchestrata come il tocco del primo violino che punta il suo archetto. Deragliata da una linea nominata Lorenzo a trovarmi di fronte un prete con il suo invito di andare in pace. Potevo girare le spalle e uscire fuori, e l’avevo fatto. Fuori da questa come da tutte le altre chiese della mia vita. Questa era la mia reazione conclusiva.

Dopo un silenzio

insolito e lungo, nel quale aspettavo la reazione di Marta, era arrivata una frase: “E vai a fidarti” con un tono piuttosto neutro, come se dovesse prendere altro tempo. Le mie gambe avevano cominciato a tremare, credo di aver temuto anche una parola insospettabile pure da Marta. Questo suo silenzio finalmente finì con la domanda se fossi ancora lì, riferendosi al luogo, e poi aveva sfornato le sue direttive. Voleva che andassi ad affrontarlo e parlare con lui, perché me lo dovevo. Aveva anche detto che non mi avrebbe permesso che un giorno raccontassi balle a me stessa, che fosse non era successo e poi, ancora tutto d’un fiato, aveva aggiunto di chiamarla subito dopo.

Le mie gambe, come fosse pieno inverno, assecondavano Marta, ribelli, perché il mio cervello voleva proseguire per andarsene. Forse avevo sbuffato però tornavo sapendo che Marta aveva ragione. Facevo passi lenti, gli ultimi che uscivano dalla chiesa forse mi avevano osservata mentre mi superavano ma questo per me non aveva importanza. Consideravo che ormai la gente era finita e mi ero fermata sul piazzale.

Il prete

mi aveva salutata, pure sorpreso. Evidentemente non si aspettava di trovarmi davanti la sua chiesa. Non avrà nemmeno intuito che lo aspettavo mio malgrado e mi aveva sorriso ancora stranamente e poi si guardava attorno. Era vestito da uomo normale ma ormai non cambiava nulla. La sua mano indicava la discesa con la proposta di fare due passi e la sua voce mi aveva chiesto dove avevo lasciato la mia macchina.

Ero calma, direi glaciale, sorpresa da me stessa. Probabilmente il mio ibernamento stentava a sciogliersi ma almeno le gambe non tremavano più. Mi sentivo meglio, ormai avevo oltrepassato lo scoglio. Ero interessata solo a fissare quel momento in cui avremmo dovuto suggellare il patto della fine. Dopo il quale non ci sarebbe stato bisogno né di spiegazioni né di tentativi di capire ancora qualcosa. Sapevo che comunque ci sarebbe stato un poi, difficile per me, ma in quel momento era importante pronunciare la fine di quel rapporto assurdo.

Don Michele

Abbiamo camminato per un pezzo di strada in silenzio. Più avanti lo aspettava un parrocchiano e lui, il prete, si era fermato per primo rivolto a me con un “Scusi un attimo”. Forse l’avrei voluto strozzare per questa sua falsità ma mi ero liberata subito dal pensiero, contenta che esistesse. La sua menzogna sarebbe stata un’alleata per il mio futuro, avevo pensato. Il suo parrocchiano l’aveva salutato come ‘don Michele’ e costui era tornato da me. Per il parrocchiano nel raggio d’ascolto, mi aveva rivolto la domanda: “Dove eravamo rimasti?”.

“Alla messa è finita” gli avevo risposto. Mi ricordo la sua reazione al mio tono sarcastico, ancora quel suo ghigno ristampato in faccia. Mi chiedevo come mai non l’avevo mai percepito prima. Aspettavo una sua reazione, conoscevo già il suo silenzio, era per rimarcare l’importanza dei suoi pensieri ponderati. Quello succedeva prima di aver visto la sua veste da prete. Ora i suoi discorsi avevano perso inappellabilità. Forse per quello perseverava nel silenzio.

Fino al parcheggio. Solo lì aveva parlato ancora. Aveva detto che lui avrebbe proseguito oltre la  fine del paese, dove aveva la sua macchina e che avremmo parlato a casa.
“Non ci sarò! Sono qui, se hai qualcosa da dirmi” gli avevo risposto, con un tono deciso. Un inchino con la testa e si era voltato. Ero orgogliosa del mio tono fermo ma lui si allontanava. Solo ormai distante aveva rimarcato la sua evasione con un “Quando arriverai”.

“Vigliacco”

era stata la prima parola di Marta e subito dopo mi aveva chiesto come stavo. Come potevo stare? Ero stata lasciata in mezzo al parcheggio, quasi come se niente fosse. Certo, quella impreparata ero io, lui doveva aspettarselo che sarebbe potuto succedere.
Sapevo di non avere voglia di vederlo, mai più! Anzi, sapevo di non poterlo vedere mai più. Non era possibile accostare al mio amante perfetto, intrigante, coccolante e bellissimo un don Michele! “Ma stiamo scherzando?”. Come potrei, dicevo a Marta, dopo tutto questo tornare dentro una casa piena di scatole, pronta per un altro trasloco e pensare di andare a vivere in una villa con un don Michele?

Quel trasloco era stato l’oggetto dell’ultima lite. Prima della messa, dello scoprire di aver avuto la mia vita spaccata in due da un prete. Una litigata per un contratto da 180 giorni. Prima di quando avevo intuito che la mia vita non andava per il verso giusto. Certo, il film che mi facevo doveva pure avere il suo grande finale in una chiesa, niente da dire. Quel giorno invece, nel parcheggio, dovevo solo dare un calcio a quell’ultima tessera di domino caduta, rimasta per strada.

Leggi 180 dall’inizio QUI

Per legare ancora di più seguimi su Facebook: Parole di legami,
per una collaborazione mi trovi su Linkedin,
le mie foto e video curiosi sono su Instagram e YouTube,
le mie passioni le incollo su Pinterest e
se sei fan di Google+  sappi che ci sono ma con delle difficoltà.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!

* Questa casella GDPR è richiesta

*

Accetto

Please enter your name here