La soluzione doveva arrivare. In un modo o nell’altro io la stavo attirando. Ero fissata, non pensavo ad altro che a Lorenzo. Come da sempre, ma anche a dove potesse mai essere e cosa stesse facendo.

Sentivo che il nostro solito si esauriva. Le ultime litigate non erano più semplici bisticci, sono sbroccate parole mai usate prima e il contratto di 180 giorni mi comunicava una fine preannunciata. “A pennello”, aveva detto Lorenzo. I miei pensieri diventavano sempre più brutti come cresceva la mia insicurezza. La mia vita procedeva ancora con le comodità ma vuota dai vincoli, la mia libertà aveva un sapore cattivo.

Costruivo e demolivo locali chiamati casa e per l’ennesima volta mi trovavo in mezzo alle scatole. Sfogavo con un urlo il mio sentirmi poco viva. Un oggetto femminile che qualche volta in mezzo a qualche evento con gente di vari circoli si annoiava solo. “Hai ragione non c’è molto d’interessante, a parte il rinfresco” trovava la soluzione Lorenzo, consigliava i saluti “neutri” e sgattaiolava via. Avrà calcolato i posti dove portarmi. Con il tempo preferivo restare a casa, dicendo io stessa che mi sarei annoiata.

Avevo smesso di strillare contro le scatole e dopo un altro inutile controllo dello smartphone avevo deciso di non aspettare più. Volevo sapere. Curioso, quella volta avevo la possibilità di andare in mezzo alle carte di Lorenzo. Invece no. Una decisione folle, poteva esserlo ma  me lo sentivo addosso di doverlo fare, avviare il motore della macchina e partire. Senza una meta precisa. Non per il solito motivo di fare spese, né andare da Marta e intravedere suo marito, che di solito poi usciva di casa. Neanche il cinema poteva più distrarmi. Dentro di me era entrato un forte bisogno di allontanarmi dalle scatole e andare dove la macchina mi avrebbe portata.

Il paesaggio scorreva e

la mia mente, ovviamente, viaggiava nei soliti ricordi. I mattoni dei piaceri di Lorenzo su quali poggiava l’esistenza della nostra coppia. Il sesso, il cibo e il vino. Lorenzo mi aveva spiegato come aprire quest’ultimo e farlo decantare, e solo dopo sorseggiarlo. “Senza mandarlo giù come una limonata.”. La sua opinione riguardo le mie origini stazionava nella convinzione del nostro mandare giù le bevande alcoliche indistintamente, senza troppe aspettative di quello che, per esempio il vino, poteva sprigionare nei sensi. “Mica è la stessa cosa, come farsi una birra”, ricalcava ma ridendo, perché vedeva che ero contrariata.

Per un periodo avevo pensato che fosse un venditore di vini. “Ma dai, mi ci vedi davvero come uno che commercia?” si meravigliava e poi come di solito deviava il discorso con l’affermazione che i suoi interessi sono più complicati e lui era stanco per parlarne.

La soluzione

Passavo i vigneti vicino al lago e sentivo l’amaro in bocca per la casa dove avremmo dovuto trasferirci per appena 180 giorni. Una casa che avevo sperato fosse la soluzione del nostro futuro. Continuavo a guidare e non facevo più caso ai cartelli stradali.

Lorenzo leggeva di tutto, non si limitava ai soliti grandi scrittori e conosceva perfino quelli che ho letto io. All’inizio parlavamo di Kundera e di Hrabal. Sapeva toccare le corde del mio cuore, quelle rimaste in silenzio da quando avevo lasciato il mio paese.

A un certo punto ho ricominciato a fare caso al paesaggio. Mi pareva straniero o forse non me lo ricordavo? Quando andavamo in macchina insieme, guidava quasi sempre Lorenzo e io non badavo a dove si passava, per me era importante stare con lui. Ovunque. “Lorenzo dove sei?”. Soffermavo la macchina per controllare i messaggi vuoti. “Dove sei e cosa stai facendo?”

Avevo bisogno …

continua lunedì prossimo

 

Intanto 180 dall’inizio QUI

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