180 giorni è il tempo per risolvere. La storia di Anna e Marta. 180 giorni ad propositum. Non un problema, una catena, come succede sempre piove sul bagnato. Due donne che partono da un disastro e ognuna con la propria follia femminile arriva alla sua soluzione.
Perché queste storie?

Perché la condivisione dà la forza. Chi non ha pensato che qualcosa non gli  sarebbe mai potuto succedere, o non più, e poi è arrivato pure di peggio? Chi ha pensato di non avere più le forze e tuttora pensa che al peggio non ci sia mai fine?

Non è vero, basterebbe qualche click per scoprire che una cosa capitata a te è già successa a qualcun altro da qualche altra parte nel mondo. Non sempre saperlo è una soluzione e nemmeno io offro un manuale. La mia è una storia che ha la fine che si merita. Io credo che potrà finire anche la tua brutta storia, perché la vita mi ha insegnato che a ogni problema c’è una soluzione e la condivisione è la cura migliore.

180 giorni ad propositum

Anna

“Non mi sembra vero”, così ha detto Marta. Lei è mia amica da un’infinità di tempo e le bastano poche parole per esprimere un concetto. Sa condensare il pensiero, forse perché di solito si concentra a un fatto per volta. Conoscendo la mia storia con Lorenzo sa benissimo come si sia trascinata. Sa come il nostro rapporto così improbabile sia diventato persino stabile da considerarlo interminabile. Impensabile che possa finire. Insomma, per sempre, come si dice, quando si pensa a qualcosa di solenne.

Marta è dubbiosa e ha tutte le ragioni di pensare che Lorenzo non sia uscito per davvero dalla mia vita. Lei pensa che un giorno come un altro lui riaprirà la porta di casa. Io invece so che qui Lorenzo non ha mai messo piede, qui non ci sono suoi oggetti, non quelli personali, l’unica sua ex proprietà qui sono io, ma sono un’ex. E so perché Lorenzo qui non verrà.

Penso a cosa significhi per me questa situazione, dove sono e cosa posso prevedere. Posso essere localizzata. Qui e fino a 180 giorni. Il tempo che mi è concesso per finirla. Le mie sconfitte auto-confezionate sono arrivate fin qui perché non ho definito i limiti con me stessa. Quanto è ironico sapere sempre alla fine dove si è sbagliato ma ovviamente non so come uscirne. L’unica cosa che so ora è fin quando avrò la possibilità di rimuginare, di sentirmi alla fine, perché questa non è la fine reale, quella sarà tra 180 giorni.

Sono così stanca, incapace di pensare qualcosa e Marta, il mio unico punto di riferimento, è incasinata da un tempismo deficiente.

Marta

Quanto ci tenevo ad essere una donna sposata. Ero la classica bambinetta che cresce ideandosi il giorno delle proprie nozze come il più importante. Ora lo so con chi stavo. L’ho detto ad Anna quanto mi dispiace di averla fatta preoccupare, mi sono completamente dimenticata del suo trasloco e a dire la verità pure di quello che ha combinato Lorenzo. Non perché quello che ha fatto sia dimenticabile, impossibile, ma perché la mia litigata con quel mezzo uomo di mio marito è cominciata già stamattina.

Una giornata davvero esaurente, non la finiva mai, trovava sempre da dire qualcosa. All’inizio credevo che fosse nervoso per il campeggio della bambina, partita da sola per la prima volta. Io stessa l’ho vissuto come un dramma, non mi sono mai separata da lei, anzi per la verità mi disturbava il pensiero che fosse lui così nervoso mentre a me la reazione tardava, forse non me ne sono ancora resa completamente conto.

Il pranzo è stato un completo disastro, non andava bene l’orario, non andava bene una bistecca semplice, non andava che io non parlassi e perfino mi ha rimproverato perché non sorridevo. In quel momento dovevo già avere chiara la situazione. No, non ci pensavo, ripassavo nella testa il perché non stessi continuando a piangere per la mancanza della bambina e mi sentivo male perché non avevo consolazioni da mio marito invece delle continue lamentele per delle cose di poco conto.

Cinque dita, forse due, tre volte, quindici infine

Come se si stesse focalizzando su qualcos’altro, solo che io tra preparare il pranzo e lavare i piatti non me ne sono accorta subito. Così quell’andirivieni di discussioni si è protratto fino al tardo pomeriggio, quando gli ho chiesto se tutto quel casino fosse dovuto al sentire la mancanza di Soleia. Lui ha risposto:“Perché dovrei sentirne la mancanza, tanto non sono neanche sicuro sia mia figlia”. Lì non ci ho visto più e gli ho lanciato uno dei piatti puliti che stavo mettendo a posto. Dritto contro di lui ma naturalmente l’ho mancato, l’unico effetto che ho ottenuto è stato la sua collera riversata addosso a me.

Non ha importanza, sono caduta e mentre stavo a terra si è accesa la lampadina. Era questo il suo obiettivo, l’ha inseguito dall’inizio della giornata e a quel punto il resto non conta, perché non c’è nessun resto. Io stavo per terra e lui fuori la porta lasciando qui il suo rimorso a lacerare la sopravvissuta.

 

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